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Primi passi

gennaio 8, 2010

Inizio a capire cos’è il mio lavoro, ho trovato casa, mi ricordo il nome di qualche strada, non mi perdo per arrivare alla metro, mi manca solo il panettiere di fiducia e una panchina prediletta nel mio parco preferito. Insomma, mi sono quasi sistemato. Ma quanto ce ne è voluto. Non dico per imparare l’abicci dello stradario, ma per trovare casa: stamberghe, prezzi folli, cessi rotti e moquette del plestocene. Vi voglio raccontare della prima casa che sono andato a vedere. Forse perchè la prima non si scorda mai, forse perchè i Nas in quel posto non ci entreranno mai, ma quella casa mi è rimasta impressa. A chiamarla casa ci vuole un po’ di coraggio.

Due piani di scale in legno cigolanti, tanfo di urina, cani che abbaiano, rumori di sottofondo, un lungo corridoio scuro, una porta di ingresso che nemmeno i tre porcellini avrebbero progettato tanto malamente; e tutto questo senza essere ancora entrati in casa. L’interno color muffa, con un materasso giallognolo accanto ai fornelli e un bagno a misura di nano.

No, alla fine non ho scelto quella casa.

Un’ultima cosa: il tipo che ha provato ad affitarmela era un italiano che vive qui da anni. Uno di quelli che appena lo vedi, pensi che non gli affideresti nemmeno la gestione dell’elenco telefonico. Quando si dice la stessa paranza…

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