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Il web 2.0 e mezzo

febbraio 25, 2010

Dato che la rete è libera, mi permetto di scrivere questo post che altro non è che il mio inutile commento a questo scritto. Spero che l’autrice non se ne voglia.

Premetto che a me piace, e che condivido i principi, le idee e le speranze che questo “Manifesto: Social, ergo sum” vuole presentare. Però, perchè c’è sempre un però, ci sono dei punti che mi lasciano perplesso. Il titolo per esempio. Ho chiesto a Zia Wiki, la quale mi ha detto che un Manifesto è una dichiarazione pubblica (in genere espressa in forma di opera letteraria o lettera aperta) che definisce ed espone i principi e gli obiettivi di un movimento o di una corrente politica, religiosa o artistica e di coloro che decidono di aderirvi. Ora, va bene che il mio credo nella rete è superiore a quello in qualsiasi movimento politico, religioso o artistico, ma purtroppo io non capisco quali siano gli obiettivi di questo manifesto 2.0. Non mi dispiacerebbe definirli, dei veri e propri obiettivi. Quale è l’obiettivo di essere sulla rete? Condividere, ma a che fine? Cosa vogliamo ottenere con la e-democracy? Domande con cui si potrebbero riempire decine di tavole rotonde.

Ma torniamo agli ormai istituzionalizzati social media, come ci insegna l’amministrazione statunitense. Vorrei che qualcuno mi spiegasse la necessità di quella che il manifesto definisce una sharing linked economy. Nel senso, ma se io non ho nulla da condividere perchè la mia vita è vuota e piatta, o perchè semplicemente non avverto il bisogno di mettere in rete le foto dei miei nipotini, non rischio di essere vittima delle pressioni sociali di chi mi sta accanto? “Ma come, non sei su Facebook?” Sfido a trovare qualcuno che non abbia mai sentito questa domanda. Questo è solo un aspetto dell’avanzata dei social media, e non voglio sminuire l’importanza che questi hanno iniziato a ricoprire in eventi internazionali come le elezioni in Iran, o la trincea virtuale citata nel Manifesto.

Forse è questo che il Manifesto intende quando parla di e-democracy, un sogno che condivido ma che temo possa incontrare molti ostacoli. Mi fa tornare alla mente “Economia all’idrogeno” di Jeremy Rifkin, un libro letto anni fa. Rifkin sosteneva che un giorno saremmo tutti stati in grado di produrre energia in casa, grazie all’idrogeno. Attraverso quella che lui definiva “Worldwide Energy Web”, avremmo eliminato le difficoltà dell’approvvigionamento energetico, raggiungendo la libertà. Internet a volte mi da la stessa impressione: un fortissimo potenziale di libertà sotto il costante rischio di essere castrato da chi non vuole cambiare lo status quo.

Ma non voglio allontanarmi dal mondo della rete. Internet for Peace 2010 mi piace tantissimo, una bellissima idea. Tuttavia, in un Manifesto di due cartelle A4, trovo la sua presenza ingombrante, se messa accanto alla magnificazione dei profili social. Sarò ripetitivo ma perchè dovrei avere tutti questi profili social, se ho pure il doppio mento e manco il mio profilo normale mi piace tanto? Sottovalutare i pericoli del profilo social è un rischio. Sarà una deformazione professionale ma a me problemi come il furto di identità in rete non paiono una cosa da sottovalutare. Può darsi che qui sia io a sbagliare, o a essere di parte. Cosa posso dire è che il dentro o fuori di “O sei social o non sei” mi pare un’affermazione forte, o perlomeno un po’ avanguardista.

Un ultimo appunto, e poi la smetto. Negli Stati Uniti, un ragazzino di 11 anni ha creato un’applicazione per iPhone, da noi il Manifesto del Web 2.0 usa termini come “heideggeriana” e “Gnòthi sautòn”. Quello che voglio dire è che a volte ho l’impressione che siamo ancora così lontani dal capire cosa sia la libertà della rete.

Ma come ho detto all’inizio, questa è solo la mia opinione, il mio modo di intendere la libertà della rete, del web 2.0, e mezzo.

Ogni commento è il benvenuto.

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