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Italiani poveri e migranti verso la Romania

marzo 8, 2010 1 commento

Alcune conversazioni degli ultimi giorni hanno suscitato una certa curiosità per questo blog, che si è dunque preso la briga di ricercare informazioni sull’immigrazione italiana in Romania. Per molti potrà forse suonare strano, e quantomeno nuovo, però c’è stato un tempo in cui erano gli italiani a migrare verso la Romania. E questo tempo non erano i primi anni novanta del ventesimo secolo, quando Timisoara fu da alcuni ribattezzata Trevisoara, per l’alto numero di imprese venete che rilocalizzavano la loro produzione nella Romania orientale, attratti dal basso costo della manodopera.

Il periodo di cui tratta questo post è la fine del secolo decimonono e l’inizio del ventesimo secolo. Anni in cui gli italiani emigravano verso la Transilvania e la Dobrugia, conosciuta all’epoca come la California rumena*. Gli italiani lasciavano le povere terre del Veneto e del Friuli alla ricerca di migliori condizioni di vita e maggiori opportunità di lavoro, contadini, tagliapietra e boscaioli. In un suo post , Sergio Bontempelli narra di un manuale per l’emigrante italiano. Riportiamo per intero un estratto del post:

Un «manuale» per l’emigrante italiano nei Balcani e in Romania, pubblicato nel 1910, si sofferma sulle procedure burocratiche necessarie per raggiungere il paese: e qui le analogie con la situazione attuale – ma, ovviamente, a parti rovesciate – sono impressionanti. Il Regio Commissariato dell’Emigrazione, curatore del volumetto, raccomanda infatti di richiedere il passaporto – opportunamente vistato da un consolato rumeno – e di stipulate un contratto di lavoro prima della partenza: il datore di lavoro in Romania, d’altra parte, deve munirsi dell’apposita autorizzazione all’ingresso per il proprio lavoratore, da richiedere al Ministero dell’Interno. Si tratta di formalità burocratiche – avverte il Regio Commissariato – senza le quali si rischia di venir respinti alla frontiera dalle solerti autorità rumene di polizia [Ibid., pag. 60]. Sono le stesse procedure burocratiche che l’Italia ha chiesto agli immigrati rumeni, fino all’ingresso del loro paese nell’Unione Europea.

Correva un tempo dunque in cui le parti erano invertite, una situazione forse difficile da immaginare oggi. Non paghi di queste informazioni, abbiamo continuato nella ricerca, stupiti per quante sorprese possa riservare a volte la rete. Il documento ritrovato e riportato qui di seguito è preso dal Bollettino del ministero degli Affari Esteri del Marzo 1901. Nel documento si invitano i sindaci dell’allora Regno d’Italia a dare la massima pubblicità alle notizie contenute nel Bollettino. Si parla di operai italiani fermati alla frontiera perchè non in possesso di un passaporto regolarmente vidimato dal console rumeno. Il documento sottolinea come non è possibile per gli operai italiani entrare in Romania senza avere lavoro assicurato mediante contratto […] e che l’entrata in Romania è inoltre vietata a chi non è munito di regolare passaporto per l’estero vidimato da un console rumeno.

E, per quanto questo blog ne possa sapere, la Romania dei primi del novecento non aveva alcun politico con la camicia verde o il figlio ripetente candidato alle elezioni di Brescia. Nonostante l’ostilità della legge nei confronti dell’immigrazione italiana, e l’apparente incomprensibilità di quel vecchio adagio che recita “historia magistra vitae”, furono molti gli italiani che si stabilirono in Romania a partire dal secolo decimonono.

Il lavoro di A.R.Torre passa in rassegna i diversi momenti della migrazione, soffermandosi in particolare su Greci, un piccolo villaggio della Dobrugia dove ancora oggi esiste una piccola comunità italiana. Per maggiori informazioni, questo blog vi rimanda direttamente alla lettura del saggio stesso.

La fruttuosa giornata di ricerca e di lettura su questo momento della storia patria, di cui ben poco avevamo sentito parlare prima di oggi, si conclude con il rimando a un’ultima istituzione trovata in rete, La Comunità Italiana in Romania che sul suo sito si prefigge come principale obiettivo la conservazione degli usi e dei costumi ancestrali e la promozione della lingua, della cultura, della storia e della civiltà italiana nel territorio romeno, promuovendo allo stesso tempo un dialogo costruttivo e permanente sia con la popolazione maggioritaria e le minoranze etniche, sia con il paese d’origine, l’Italia, nella convinzione che l’unità nella diversità forma l’eredità più preziosa dell’umanità, così come afferma il direttore generale dell’UNESCO, il signor Koihiro Matsuura.

Questp post è anche spunto di riflessione per il blog in generale, e magari stimolo a ulteriori ricerche, e visite, nella piccola cittadina di Greci, così come all’ufficio della “Comunità Italiana in Romania”.

Magari un giorno.

Riflessivo.

*A.R.Torre, “La migrazione italiana in Romania. Etnograifa di un villagio della Dobrugia”

A lezione di social media (2)

febbraio 18, 2010 Commenti disabilitati

Una mezza giornata buona del mio tempo a San Francisco è stata con Jeremiah Owyang, guru dei social media che per amore di sintesi io qui chiamerò Signor J.

Sul suo sito il Sig. J si definisce un Web Strategist, che detto nella lingua nostra sarebbe colui che ti consiglia su come meglio utilizzare le risorse della tua azienda per comunicare con i consumatori/clienti, o qualunque sia il tuo pubblico.

Il suo blog è online dal lontano 1996, tempo in cui Vista non ci aveva ancora fatto perdere notti di sonno, e il 56K era la norma, almeno da noi.

Il suo profilo su Twitter ha un numero sempre crescente di follower, o seguaci, che hanno ormai superato le 60,000 unità.

La captatio aveva il solo scopo di dare una piccola introduzione al personaggio.

Per riassumere la lezione, farò ricorso alla piramide del Sig. J e al suo corretto utilizzo nel mondo dei social media. Semplificando ma non troppo, l’approccio dovrebbe essere composto dalle seguenti cinque fasi: osservare, condividere, commentare, produrre e aggiornare.

Delle prime due non dirò molto perchè penso siano i primi passi scontati. Bisogna osservare come funzionano gli strumenti della rete prima di poterli utilizzare, e poi iniziare a condividere quanto si sta apprendendo.

La terza fase è forse la più complessa. Commentare è la fase critica di interazione che molto spesso viene tralasciata, sottovalutata o snobbata. Spesso è il caso che i commenti abbondino solo quando negativi, senza riuscire a innescare quel dibattito costruttivo che tanto deve alla libertà della rete.

Dopodichè inizia la produzione. Ciò significa essere giunti alla fase in cui si conosce la rete sufficientemente da riuscire a creare il proprio contributo. Sarà la rete stessa a decretare l’interesse di quanto prodotto.

Infine l’aggiornamento. Prendersi cura dei contenuti prodotti, aggiornarli costantemente, rispondere ai commenti, mantenere i contatti sono tutte operazioni che richiedono uno sforzo costante. In particolar modo in un mondo che cambia in continuazione come quello della rete.

Queste sono alcune delle pillole di saggezza apprese dal buon Sig. J, che potete anche seguire qui @jowyang

It’s S.Francisco, baby!

febbraio 13, 2010 Commenti disabilitati

Pure in versione acustica – it’s S.Francisco, baby!